“La prossima volta che venite al sud dovete portarvi una telecamerina, perché ci sono molte cose che non rivedrete più! E la prima è la telecamerina!”
(Alessandro Siani in Benvenuti al Sud)

Se lo scenario contemporaneo  italiano fosse un film, sarebbe stato sicuramente diretto da Siani: stereotipi e luoghi comuni conditi e tenuti insieme da una narrazione romantica del Sud come locus amoenus fatto di ulivi, strade assolate e vecchiette che fanno la pasta per strada. 

L’unico problema, però, è che questa visione del Meridione povero ma felice è assolutamente distorta e limitante, oltre che non corrispondente alla realtà dei fatti.
Dietro, infatti, questa narrazione onirica e sognante del Sud Italia, si nasconde un malcelato sentimento antimeridionalista, fortemente radicato nella cultura contemporanea che vuole il Sud sostanzialmente come una parte di Bassa Italia che trascina, non a caso, proprio verso il basso un Nord industrializzato, ricco e indipendente. 

E l’aspetto ancora più grave è che questa credenza non fa parte solo delle discussioni da bar fra i nostalgici della Lega Nord ma è radicata anche e soprattutto nello scenario politico attuale che, recentemente, ha dato voce a quest’umore mal tollerante nei confronti del Meridione, attraverso l’approvazione della legge sull’autonomia differenziata.  

La riforma sull’autonomia differenziata 

Prima di tutto, però, bisogna fare un po’ di chiarezza. 

La riforma sull’autonomia differenziata, approvata dalla Camera dei deputati con 170 voti favorevoli nella mattina del 19 giugno 2024, non cade esattamente dal pero. Si tratta, o meglio è stata venduta, come una legge sostanzialmente procedurale per attuare la riforma del Titolo V della Costituzione sulle intese fra Stato e Regioni, approvata nel 2001, e prevede la possibilità di riconoscere diversi livelli di autonomia alle Regioni a statuto ordinario e speciale, oltre che alle province autonome di Trento e Bolzano.  

Nello specifico, quindi, la riforma determina una possibile attribuzione alle Regioni di funzioni riferibili a diritti civili e sociali, relativamente a ventitré materie fra cui spiccano Salute, Istruzione, Sport, Ambiente, Energia, Trasporti, Cultura e Commercio Estero. 

L’attribuzione di tali funzioni e, di conseguenza, il riconoscimento di una o più forme di autonomia è subordinata alla determinazione dei Livelli Essenziali delle Prestazioni (LEP), ossia i criteri che definiscono il livello di servizio minimo da garantire necessariamente in modo uniforme sul territorio nazionale. In altre parole, si tratta di individuare i costi e i fabbisogni standard per ogni materia oggetto della riforma sulla base della spesa dello Stato in ogni Regione degli ultimi tre anni. I criteri per determinare i livelli e gli importi dei LEP dovranno essere individuati dal Governo entro ventiquattro mesi dall’entrata in vigore della legge. 

Una volta stabiliti i LEP, le singole Regioni interessate propongono il negoziato per l’attribuzione delle funzioni di autonomia al Presidente del Consiglio e al Ministro per gli Affari Regionali, i quali vaglieranno e accetteranno e/o declineranno la proposta in base ai criteri sopra citati, fermo restando la possibilità di sostituirsi agli organi governativi delle singole realtà territoriali qualora si riscontrino inadempienze o occorra tutelare l’unità giuridica ed economica dello Stato.

Sempre più ricchi e sempre più poveri 

Anche stando a queste poche e profane informazioni, ci si può rendere conto di come la riforma sull’autonomia tenti di strizzare l’occhio, neanche troppo velatamente, alle richieste delle Regioni italiane del Nord, essendo finalizzata a differenziare l’azione statale con evidenti vantaggi per le realtà locali più ricche.
In tal senso, il disegno di legge proposto da Calderoli e Salvini (non a caso membri di un partito che fino a qualche anno fa aveva come grido da stadio “Prima il Nord”) segna il punto di arrivo di un progressivo spostamento dell’asse delle priorità verso il Settentrione, iniziato con l’operato di Berlusconi e con la nascita della Seconda Repubblica. 

Questa nuova differenziazione delle politiche pubbliche porta con sé numerosi rischi soprattutto relativamente a due ordini di pensiero. 

Innanzitutto, il rischio più visibile a occhio nudo riguarda l’efficacia delle misure, già sottolineato in tempi non sospetti dalla Banca d’Italia, come soggetto neutrale rispetto all’ambiente politico. Quest’ultima, infatti, aveva sottolineato come l’attuazione di una possibile autonomia differenziata dovesse essere valutata attentamente in termini di efficacia attraverso una disamina oggettiva di tutti i possibili vantaggi e svantaggi di un decentramento delle funzioni pubbliche. 

Tuttavia, come una moderna Cassandra, la Banca d’Italia è rimasta inascoltata da un Governo sordo e cieco anche di fronte ai suggerimenti della Storia recente. Per ritrovare, infatti, lo stesso quadro sconfortante e poco vantaggioso non bisogna andare neanche troppo lontano ma basta fermarsi ai ruggenti anni Settanta con la nascita delle Regioni come enti territoriali.
All’epoca come adesso, tale creazione fu preceduta da un’intensa mobilitazione politica, determinata a portare a termine quanto definito dai nostri Padri Costituenti e speranzosa che questa decisione avrebbe innescato un rinnovamento nella politica italiana e una maggiore partecipazione dei cittadini alla Res Publica. Queste riflessioni sembravano essere convincenti anche per gli interessi del Mezzogiorno, in quanto si auspicavano degli interventi economici più mirati, in virtù di una maggiore vicinanza alle particolarità e ai bisogni locali.
Ma come c’era da aspettarsi, le aspettative e le speranze vennero disattese e le disuguaglianze presenti a livello generale nella politica italiana si ripresentarono nel micro ma in un modo ugualmente deleterio nelle singole realtà regionali, mostrando la totale inefficacia della riforma. 

Il secondo ordine di rischi da tenere in conto, invece, riguarda l’unità del Paese: la riforma sull’autonomia differenziata, infatti, sta inasprendo nuovamente la mai realmente risolta contrapposizione fra il Nord e il Sud, riaccendendo un dibattito che abbandona i confini del conflitto gastronomico fra mozzarella e gorgonzola per rientrare nell’idea condivisa di un Mezzogiorno parassitario che gode della propria inferiorità economica per vivere sulle spalle dei contribuenti. 

Antimeridionalismo: una questione culturale o politica?

È palese, quindi, come la riforma sull’autonomia differenziata riproponga a piene mani lo stereotipo del Meridione come “palla al piede” dello sviluppo dell’Italia. Un pregiudizio molto ben radicato lungo tutto lo stivale, che ha generato numerosi stereotipi, mutuati dal folklore, dall’antropologia e dalla letteratura e che (cosa ancora più agghiacciante) è stato uno strumento di lotta politica e di appropriazione del consenso. 

Il malcelato atteggiamento intollerante verso i cosiddetti “terroni” nasce con l’Italia e la sua unità, ampiamente strumentalizzato dai primi governi per nascondere le difficoltà a tenere insieme particolarismi territoriali così differenti. Nello specifico, l’antimeridionalismo affonda le proprie radici nell’idea convenzionale e stereotipata di un Sud Italia, in balia del brigantaggio e del garibaldinismo come forze avversive e sovversive rispetto allo status quo della neonata Italia. In altre parole, la classe dirigente moderata guardava al Meridione come una terra in cui predominavano l’arretratezza, il parassitismo, l’ignoranza e l’eversione al sistema centrale. Va altresì precisato che tale visione pregiudiziale era ampiamente alimentata da immagini ancora più antiche come quelle dei cenciosi seguaci di Masaniello o della plebe povera ma esotica descritta dai resoconti dei gran tours settecenteschi. 

Oggi come allora, il Meridione s’incarna nella sua immagine di periferia pericolosa e instabile, problema costante di uno Stato unitario fondato su un crescente senso di superiorità del ceto politico centro-settentrionale, portatore di una nostrana dottrina del destino manifesto che lo vede come fonte di morale e civiltà.
Tuttavia va precisato che, in un’Italia post unitaria, dove, però, bisognava ancora fare gli italiani, il sentimento antimeridionalista è stato alimentato, a onor del vero, anche dalle numerose inchieste pubbliche e private che hanno scoperchiato non solo l’arretratezza economico sociale del Mezzogiorno ma anche la sua salda e radicata rete di criminalità organizzata, figlia del brigantaggio e progenitore della camorra o della mafia. 

Con la Grande Guerra e il fascismo, il pregiudizio antimeridionale non si è modificato ma è stato meno strumentalizzato in quanto la missione di fare dell’Italia un grande impero e la ricerca di un nemico comune come nel caso dell’antisemitismo è stato funzionale a un distorto e paradossale senso di unità. L’atteggiamento di intolleranza nei confronti del Sud, però, si è ripreso con rinnovato vigore con la Resistenza e il nuovo Stato repubblicano dove i vecchi preconcetti sono alimentati da nuove convinzioni circa il ruolo diverso ricoperto dal Nord e dal Sud nel processo di liberazione dal nazifascismo, nel referendum e nella riorganizzazione dei partiti di massa per arrivare fino ai giorni nostri. 

E da lì, il resto della storia lo conosciamo.

BIBLIOGRAFIA: 

Autonomia differenziata, che cosa cambia con il DDL Calderoli (20/06/2024)
https://www.rainews.it/articoli/2024/06/autonomia-differenziata-via-libera-definitivo-opposizioni-contrarie-calderoli-le-gambe-tremano-b315a246-4722-46d5-bf57-dedf4725935f.html

Laudani S., Politica e pregiudizio in “Storica : rivista quadrimestrale n. 58”, Roma, 2014 pp. 163 – 171.

Le Regioni e l’autonomia differenziata (19/06/2024): https://temi.camera.it/leg19/temi/19_tl18_regioni_e_finanza_regionale.html

I rischi dell’autonomia differenziata di Filippo Sbrana (28/02/2024)
https://www.rivistailmulino.it/a/i-rischi-dell-autonomia-differenziata