Il Führer non vuole la guerra. Si risolverà a farla a malincuore.

[Anne Morelli, Principi elementari della propaganda di guerra. Utilizzabili in caso di guerra fredda, calda o tiepida]

Clima di guerra e propaganda

Allo scoppio della Prima Guerra Mondiale in tutte le principali capitali europee le piazze erano invase da folle entusiaste e festanti. Il successo dell’interventismo è il risultato di un lungo processo di nazionalizzazione delle masse e dell’affermazione di un ordine del discorso nazionalistico alimentato da giornali, artisti e intellettuali. Molti degli elementi presenti all’epoca possono essere ritrovati nel contesto di crisi attuale. La narrazione dei principali media concorre ad un processo di disumanizzazione dell’altro – nemico: descritto quando come minaccia ai valori della società (nel nostro caso occidentale), quando come tiranno, barbaro, folle, fanatico o estremista. Molte sono anche le notizie macabre dai fronti di guerra immediatamente rilanciate su tutti i mezzi di informazione e spesso totalmente infondate. Nel 1915 dopo la battaglia di Ypres si sparse la voce che alcuni militari inglesi trovarono un sergente canadese crocifisso con baionette tedesche. La notizia si diffuse su tutti i quotidiani e al fronte arricchendosi di nuovi particolari fino a passare per vera. Non sembra uno scenario così distante da come i media abbiano diffuso molteplici macabri dettagli sull’attacco del 7 ottobre di Hamas prima che potessero essere verificate da una seria indagine indipendente.

Per preparare l’opinione pubblica alla necessità della guerra è fondamentale anche la riduzione degli spazi di dissenso e critica. Esempio lampante di questo processo nei media è l’identificazione immediata di qualunque espressione critica con il nemico con conseguenze anche nefaste. Infatti, identificare la contestazione del colonialismo israeliano con l’antisemitismo non può che ottenere l’effetto di far crescere effettivamente l’antisemitismo in alcuni contesti. 

Lo sforzo propagandistico può essere facilmente osservabile nei talk televisivi dove raramente è presente una controparte o nei principali giornali. Inoltre, è in crescita l’impegno delle autorità nella chiusura di spazi di discussione democratica. Due esempi emblematici sono l’intervento del governo tedesco che ha impedito l’ingresso nel paese al politico greco Varoufakis e al chirurgo palestinese Ghassan Abu Sitta invitati ad un’assemblea per la Palestina; e l’ambiguo impegno siglato tra il Ministro degli esteri italiano e il segretario di Stato americano per la lotta alle fake news.

Un altro elemento che ritorna spesso nei contesti di guerra è la retorica del sacrificio, lo sforzo che le masse popolari devono fare per affrontare un peggioramento delle condizioni di vita in nome della causa. I cittadini europei sono già familiarizzati con questa retorica che ha accompagnato tutti gli anni di Austerity e l’insofferenza di fondo potrebbe essere un’occasione di resistenza.

La discontinuità

La complessa situazione odierna presenta delle differenze rispetto a contesti di scontro passati. Innanzitutto, non veniamo da un lungo processo di nazionalizzazione delle masse, anzi, piuttosto il contrario. Dopo 30 anni di neoliberismo e un lungo processo di depoliticizzazione della società, il sentimento generalmente diffuso è l’apatia politica. Se da un lato questo rappresenta una difficoltà per la narrazione bellicista delle classi dirigenti, dall’altro lato rende altrettanto difficile una opposizione a questa tendenza. Infatti, le manifestazioni contro la guerra nelle città occidentali, seppur numerose, interessano una minoranza che viene fortemente silenziata e spesso repressa. Il conflitto nelle università italiane è dimostrativo di come tutte le istituzioni si stiano irrigidendo sempre di più rispetto a qualsiasi istanza dal basso. Le università hanno perso qualsiasi funzione sociale come luogo di confronto democratico e sviluppo di un pensiero critico.

Nelle ultime settimane un’ondata di proteste negli atenei senza precedenti ha investito anche gli Stati Uniti. Il fine della protesta è, anche in questo caso, fermare la devastante guerra in Palestina. Il livello di repressione negli USA è stato ancora più allarmante con centinaia di arresti.

Il cosiddetto Sud del mondo non è esente da questi processi. La crescita di forze reazionarie e il rafforzamento dell’autoritarismo sono presenti in molti Stati dall’Iran all’India.

Infatti, il clima di scontro di civiltà che appare nell’immaginario mediatico e ideologico è una modalità di giustificare e di dare senso a tendenze strutturali di media durata legate alle dinamiche dell’imperialismo e del mutamento nelle relazioni geopolitiche nella nostra società tardocapitalista.

Guerra in Medio Oriente. La narrazione occidentale dell’oriente.

Lo scontro in Medio Oriente è il risultato di forti contraddizioni nella regione e della dialettica tra i principali attori politici regionali che mirano a espandere i propri interessi (Israele, Turchia, Iran e i paesi del Golfo tradizionalmente filo USA). Detto ciò, se è vero il detto che chi controlla il Medio Oriente controlla il mondo questo conflitto si lega a dinamiche egemoniche su scala globale. Così come l’invasione Russa in Ucraina ha portato ad uno scontro tra potenze, anche in questo caso è in gioco la ridefinizione dell’ordine internazionale.

L’intento di questo articolo non è approfondire queste dinamiche strutturali, ma cercare di inquadrare la preoccupante propaganda di guerra a cui stiamo assistendo e i dispositivi di narrazione che essa impiega. La giustificazione degli interventi occidentali nel Medio Oriente ha la facilità di poter ricorrere ad un armamentario di concetti, immagini e categorie che secoli di saperi specialistici, prodotti letterari e artistici, ideologie ecc. hanno contribuito a plasmare. Questa lunga narrazione occidentale dell’oriente ha condotto alla costruzione di questo stesso concetto secondo Edward Said. L’orientalismo lo intende proprio come una dottrina politica che si è imposta all’oriente per la sua minor forza. Un concetto di oriente prodotto dall’occidente con connotati esclusivamente negativi: arretrato, barbaro, dominato da una religione estremista ecc.

Sebbene decenni di studi postcoloniali abbiano in parte modificato questo approccio, la visione dell’oriente nel senso comune, nei media mainstream e in una certa parte del mondo accademico resta ancora questa. Tuttavia, ciò che sta in parte mutando sono proprio quei rapporti di forza che hanno permesso nei secoli scorsi all’orientalismo di proliferare. L’insieme delle formazioni politico-militari anti-occidentali nella regione hanno accresciuto la loro forza negli ultimi anni. Allo stesso tempo, c’è un indebolimento delle capacità di controllo di USA e alleati ormai impegnati in troppi fronti. Questo spazio sta costruendo la propria autonarrazione in parte come reazione alle azioni imperialiste occidentali – e questo ordine del discorso per quanto criticabile non può che essere preso seriamente in considerazione.

Soltanto un sapere liberato da pressioni ideologiche e interessi coloniali può illuminare le contraddizioni di questa realtà complessa e comprendere le voci degli attori in campo.

Catastrofe in Palestina

Vorrei chiudere questa breve disamina del clima bellicista e preoccupante in cui siamo intrisi dedicando alcune parole alla situazione in Palestina. Sebbene anche nella parte iniziale di questo articolo non mi possa illudere di essere pienamente neutrale, quando si parla di Palestina non è possibile non prendere posizione. Infatti, è sotto gli occhi di tutti la distruzione sistematica di un popolo che ormai dura da settant’anni, ma che ha avuto in questi mesi un processo di accelerazione drammatico. L’obiettivo dichiarato del governo israeliano di mettere la parola fine alle speranze dei palestinesi di veder riconosciuta la propria esistenza politica ha come conseguenza la progressiva devastazione di Gaza e la definitiva annessione della Cisgiordania. Per queste ragioni, è fondamentale che tutti prendano posizione contro questo crimine e mettano pressione contro le nostre classi dirigenti fortemente complici di questa guerra. La tendenza al multilateralismo, dunque il mutamento parziale dei rapporti di forza al livello internazionale, potrebbe portare addirittura al mandato di arresto per il presidente israeliano. Tuttavia, non possiamo aspettare che questi processi avvengano, perché potrebbe essere troppo tardi. Solidarietà a tutte le mobilitazioni che lottano per una Palestina finalmente libera!

Bibliografia e sitografia:

E. Said, Orientalismo, Feltrinelli, Milano 2023.

D. Harvey, The New Imperialism, Oxford University Press, 2003.

I. Wallerstein, Historical Capitalism with Capitalist Civilization (1995), tr. Di M. Di Meglio, Capitalismo storico e Civiltà capitalistica, Asterios Editore, Trieste 2012.

(https://www.ilfattoquotidiano.it/2024/04/23/si-allarga-la-protesta-nelle-universita-usa-contro-il-sostegno-ad-israele-arresti-anche-alla-new-york-university/7523525/ )