The world is burning

Parafrasando Eliot, si potrebbe dire che novembre è il più crudele dei mesi per chi si occupa di cambiamenti climatici, il mese in cui da quasi trent’anni tutti gli Stati si riuniscono per la Conferenza ONU sul clima. 

Se la posta in gioco diventa più alta anno dopo anno, e gli impatti del riscaldamento globale da relegati in un nebuloso futuro si declinano sempre più sul qui e ora, resta invece difficile misurare l’effettivo progresso di questo negoziato che prova a trovare una sintesi tra le logiche della politica, gli interessi di grandi gruppi economici, gli appelli della comunità scientifica e le voci, troppo spesso inascoltate, di chi sta già perdendo tutto.

Ma facciamo un passo indietro.

È dal 1995 che tutti gli Stati parte della Convenzione Quadro delle Nazioni Unite sui Cambiamenti Climatici (UNFCCC), a oggi 198, si riuniscono annualmente nella Conferenza delle Parti (CoP), con l’obiettivo di stabilizzare il livello di gas serra in atmosfera evitando interferenze negative dell’uomo con il sistema climatico. In questo quadro, è stato adottato dapprima il Protocollo di Kyoto nel 1997, entrato in vigore nel 2005 e dimostratosi scarsamente efficace nel contenere le emissioni globali, e poi l’Accordo di Parigi, nel 2015, che ha fissato l’obiettivo collettivo di mantenere il riscaldamento globale entro i +2°C rispetto al livello preindustriale, proseguendo gli sforzi per limitarlo a +1,5°C. 

L’Accordo di Parigi, però, contiene al suo interno un dualismo: la carta vincente che ne ha spianato la strada per l’approvazione e il tallone d’Achille che oggi ne mette a repentaglio lo scopo. L’obiettivo di contenere l’aumento delle temperature è stato infatti affidato a un sistema bottom-up, per il quale ogni Stato è responsabile della definizione del proprio contributo nazionale (Nationally Determined Contribution, abbreviato NDC) allo sforzo collettivo di mitigazione (ovvero, riduzione delle emissioni di gas serra) e adattamento (ovvero, preparazione agli impatti ormai inevitabili) ai cambiamenti climatici. 

La somma degli impegni presentati dagli Stati, come prevedibile, non è tuttavia sufficiente a mantenere il mondo al di sotto della traiettoria dei +2°C, né tantomeno a quella dei +1,5°C. Secondo l’annuale Rapporto sul gap delle emissioni (Emissions Gap Report), pubblicato dal Programma delle Nazioni Unite per l’Ambiente (UNEP), al 2023 la piena attuazione di tutti gli impegni dichiarati dai governi, compresi quelli soggetti a qualche tipo di condizionalità, porterebbe comunque le temperature globali a superare di mezzo grado il limite più alto; ovvero a raggiungere a fine secolo una media di 2.5°C superiore a quella preindustriale. Lo stesso Report denuncia altresì che, secondo le tendenze attuali, nel 2030 saranno emesse ben 5 gigatonnellate di gas serra in più rispetto a quante ne dovrebbero essere emesse se gli impegni sottoscritti dai Paesi fossero pienamente implementati; oltre dieci volte le emissioni dell’Italia nel 2022.

Secondo i dati del Joint Research Centre della Commissione Europea, le emissioni antropogeniche di anidride carbonica sono aumentate del 70% dal 1990 al 2022, nonostante la flessione registrata nel 2020 a causa della pandemia. I livelli di concentrazione di gas serra in atmosfera odierni non sono mai stati registrati negli ultimi 800.000 anni (per i quali abbiamo dati rilevati sul campo). Secondo uno studio, sono in effetti paragonabili all’era del Pliocene, 3,3 milioni di anni fa, quando i mari erano più alti di 15 metri rispetto a oggi. In quel periodo, le temperature medie erano di 2-3°C più alte rispetto a quelle preindustriali.

Il 2023 è stato l’anno che ha superato tutti i record di temperatura globale, in media superiore di +1,48°C rispetto al periodo preindustriale. Ogni mese da giugno a dicembre del 2023 è stato il più caldo mai registrato. Per la prima volta, in due giorni a novembre le temperature medie hanno superato la soglia psicologica dei +2°C.

La CoP di Dubai

Nel 2023, la ventottesima edizione della CoP (CoP28) si è tenuta a Dubai, città sfavillante, simbolo nel bene o nel male, della capacità umana di imporsi su ambienti ostili, ergendo grattacieli nel deserto e ricavando acqua potabile dal mare.

C’erano grandi attese e molta attenzione sulla CoP di Dubai, che non ha certo deluso in quanto a colpi di scena, scoop e simbolismi. A partire dal presidente della CoP designato dagli Emirati, Sultan al-Jaber, politico e imprenditore a capo della compagnia nazionale per il petrolio di Abu Dabi. Proprio durante la Conferenza è scoppiato un caso di conflitto d’interesse, quando la BBC ha diffuso la notizia che, secondo alcuni documenti trapelati, al-Jaber pianificava di sfruttare l’occasione per stringere accordi in materia di gas e petrolio. 

Eppure, al-Jaber è stato anche l’artefice dell’inaspettata adozione del nuovo Fondo per le perdite e i danni causati dai cambiamenti climatici il primo giorno della CoP. Richiesto a gran voce dai Paesi più colpiti dagli impatti ormai inevitabili del riscaldamento globale e meno responsabili delle emissioni di gas serra, il fondo era stato preannunciato alla CoP del 2022, ma si era rivelato oggetto di forti disaccordi durante i negoziati tecnici e politici tenuti prima della Conferenza. Il testo istitutivo approvato il primo giorno a Dubai contiene molti limiti: si tratta di un fondo a contribuzione volontaria, che non menziona i diritti umani e viene affidato per almeno quattro anni alla Banca Mondiale, da più parti criticata nei Paesi in via di sviluppo.

I finanziamenti stanziati per la mitigazione e l’adattamento ai cambiamenti climatici rappresentano del resto uno dei maggiori temi attorno ai quali si scontrano da anni i diversi blocchi di Paesi. Alla CoP di Copenaghen, nel 2009, i cosiddetti Paesi sviluppati avevano promesso che, entro il 2020, avrebbero mobilitato 100 miliardi di dollari l’anno a questo scopo da dirigere verso i Paesi in via di sviluppo, alla luce delle proprie maggiori responsabilità nonché mezzi e capacità. L’obiettivo è stato raggiunto secondo i dati OCSE solo nel 2022. A Dubai è stata concordata la roadmap per la negoziazione, nel corso del 2024, di un nuovo obiettivo per la finanza climatica, da definire tenendo conto dei bisogni dei Paesi in via di sviluppo per l’attuazione di nuovi piani climatici nazionali.

Nella Conferenza è stato poi senz’altro preminente il ruolo dell’OPEC, l’organizzazione dei Paesi produttori di petrolio, che ha tenuto in ostaggio negoziato e negoziatori per tre giorni mettendo il veto su una versione della decisione finale in cui compariva la formula magica del “phase-out” (fuoriuscita, abbandono) dai combustibili fossili. L’Accordo finale non contiene la formula magica, ma un impegno alla transizione dai combustibili fossili nei sistemi energetici in maniera “giusta, ordinata ed equa”. Tutto ciò per accelerare gli sforzi in questo decennio critico, al fine di raggiungere le zero emissioni nette entro il 2050 in accordo con la scienza. Questa linea dovrà essere tradotta nella revisione degli impegni nazionali di mitigazione dei Paesi – e poi attuata.

Dubai si sfilaccia ai margini, tra i volti stanchi dei lavoratori e delle lavoratrici che in condizioni di semi-schiavitù portano sulle spalle il fardello del progresso, le aiuole lentamente ricoperte di sabbia, le isole artificiali che lentamente si sgretolano nel mare. 

Cosa resta di questa CoP? Un altro anno di lavoro tecnico si apre, guidato dagli Emirati, che accompagneranno il processo negoziale fino a lasciare il testimone all’Azerbaijan per la CoP del prossimo anno. Altro Paese produttore di petrolio, altra città – Baku – di disuguaglianze e grattacieli, hotspot dei cambiamenti climatici. 

Chi emette di più?

La desolazione a cui stiamo progressivamente riducendo la nostra Terra e le nostre società può essere analizzata con varie chiavi di lettura. Nel quadro Nazioni Unite, il dato di cui si parla maggiormente sono le tonnellate di emissioni di gas serra prodotte a livello di Paese, e quindi il contributo dei diversi Stati al riscaldamento globale misurato su diverse scale: annuale, decennale, dall’inizio della rivoluzione industriale…

Già dal 2015, OXFAM raccoglie e diffonde dati sulle emissioni legandoli allo stile di vita e alle condizioni economiche delle diverse fasce di popolazione, tanto più rilevanti in un’epoca in cui il divario economico tra i Paesi si sta progressivamente accorciando in gran parte del globo, mentre aumenta la distanza tra ricchi e poveri anche nella stessa società. Nell’ultimo rapporto sulla carbon inequality, realizzato insieme allo Stokcholm Environment Insitute (SEI) e pubblicato appena prima della CoP28 di Dubai, OXFAM riporta che l’1% delle persone più ricche del pianeta ha prodotto emissioni pari a quelle dei 5 miliardi più poveri, ovvero due terzi della popolazione globale. L’1% più ricco rischia di causare 1,3 milioni di vittime come conseguenza degli effetti dei cambiamenti climatici.

A gennaio ha fatto scalpore, per qualche giorno, la notizia di un nuovo passatempo di moda a Dubai: sorseggiare cocktail con ghiaccio proveniente direttamente dall’Artico, prelevato (da ghiacciai rimasti congelati per oltre 100.000 anni) da una startup che lo spedisce con container direttamente nella città emiratina. È una goccia nel mare di CO2 che si sta riversando nell’atmosfera globale, ma simbolo delle nicchie di privilegio in cui la finitezza delle risorse terrestri e gli squilibri del sistema climatico non sembrano esistere.

Quell’1% più ricco è anche il maggiormente rappresentato nelle sessioni internazionali e nei dialoghi a porte chiuse in cui si prendono le decisioni, potendo contare su uno stuolo di consulenti che in molti casi fanno parte delle stesse delegazioni nazionali e presenziano ai negoziati.

Difficile immaginare come un cambiamento radicale del sistema possa essere innescato da chi ha così forte interesse nel mantenere l’ordine attuale. Eppure, è ciò che la comunità scientifica continua a chiedere: ridurre drasticamente le emissioni, e subito, per evitare di superare il punto di non ritorno. 

In un’intervista a caldo, poche settimane dopo la chiusura della CoP28 pubblicata su Altreconomia, il filosofo marxista Kohei Saito sintetizzava così, in poche ed efficaci parole, la condizione presente: “Se si rimane nella cornice esistente delle attuali istituzioni politiche, la CoP28 è da leggere come un successo, è andata meglio delle precedenti e ha portato a un risultato storico, così come quando è stato raggiunto l’Accordo di Parigi nel 2015. Se si esce dalla cornice capitalistica, l’intero sistema delle CoP appare come un fallimento: non sta portando la necessaria trasformazione che serve per limitare l’aumento della temperatura a 1,5°C e non sta dando voce alle persone povere e marginalizzate. Da questa prospettiva con la CoP28 abbiamo assistito alla ripetizione delle solite dinamiche politiche e questa è una delle ragioni per cui le persone dovrebbero radicalizzarsi e avremmo bisogno di sperimentare un diverso tipo di movimento sociale e politico.”