Mundus est fabula

In un celebre ritratto del 1650 circa, il filosofo francese Cartesio viene raffigurato con un libro aperto in mano recante la più che sibillina scritta “mundus est fabula”, il mondo è una favola. Ovviamente non ci interessa qui approfondire cosa avessero in mente Jan Baptist Weenix, il pittore olandese autore del ritratto, e Cartesio stesso nel fornire questa misteriosa citazione, sebbene possa non essere totalmente estranea al ragionamento che svilupperò di seguito. Quel che mi interessa, invece, è servirmi della malia di questa frase per affermare, in linea con i precedenti interventi sul blog, che, se si può parlare per davvero di quella favola che è il mondo, è perché la nostra esistenza storica e politica è di fatto racconto. 

Per chiarire allora cosa voglia dire questa condizione che negli ultimi due anni soprattutto è emersa con particolare evidenza, proviamo ad abbozzare una griglia di lettura utile a comprendere gli eventi che, anche in quest’anno che sta per finire, hanno attirato l’attenzione di tutti.

Spazio e racconto

Ho più volte avuto modo altrove di far presente come quella sfera d’azione e di pensiero che chiamiamo politica ha a che fare con la necessità inaggirabile di dare forma e senso a una dimensione di forze, di energie che attraversano essenzialmente lo spazio umano della vita sociale. Quella che chiamiamo società, e che pensiamo di norma come un tutto abbastanza unitario o, più spesso, come un insieme di individui autonomi e conviventi, è di fatto un campo dove tali individui appartengono a gruppi e sottogruppi i cui bisogni, le cui prospettive e necessità sono molto differenti e che, nondimeno, devono trovare modo di coesistere. Si può sostenere come gli attriti mai pienamente risolvibili che questa eterogeneità intrinseca provoca siano per l’appunto la materia su cui si applica e da cui emerge la sfera della politica come quell’attività volta ad organizzare una sostanza che tende a sprigionare un’energia potenzialmente distruttrice.

Ora, vorrei aggiungere che il mondo è diviso e attraversato da spazi, non fisici, ma sociali e politici. La geografia della terra è, cioè, abitata da comunità di vario genere, natura ed estensione, che non vengono per nulla esaurite dalla classica suddivisione in Stati-nazione relativamente omogenei a cui la nostra storia europea e le nostre “ideologie” ci hanno abituati. Gli spazi sociopolitici reali della terra sono espressione di tale natura composita del nostro mondo umano, ne restituiscono il carattere multiforme, complesso e cangiante. In altri termini, uno stesso territorio fisico può essere attraversato da moltissimi tipi di rapporti fra gli uomini e le donne, rapporti fra di loro non coincidenti ma coesistenti: linguistici, etnici, religiosi, “culturali” in senso lato, ma anche economico-materiali, ideologici… 

Pertanto, parlare di spazi permette propriamente di smontare da principio una visione intuitiva che vuole che sulla scena globale si affrontino delle entità solide e definite una volta per tutte, radicate nella natura stessa delle cose. Permette di vedere ciò che si trova al di qua delle realtà apparentemente eterne che sono i protagonisti delle relazioni e dei conflitti internazionali, e di comprendere il processo di genesi che porta alla creazione, nonché definisce l’azione di quelli che gli analisti di geopolitica chiamano a esempio gli attori geopolitici. Un attore di questo tipo può esser pensato come una realtà umana di vario genere, tanto uno Stato quanto, per esempio, un’organizzazione, la cui forza ed essenza medesima è quella di dar forma allo spazio umano in cui radica e potenzialmente quello che lo circonda: in questa capacità giace l’origine di tutto ciò che ha avuto un ruolo attivo nel determinare le vicende della storia.

Come avviene questo lavoro plastico attraverso cui l’universo degli uomini assume le sue forme politiche? Potremmo dire, raccontando. Essere un’entità politica individua se non altro la capacità di produrre una “visione” e, tramite essa, una progettualità politica per quanto minima che sappia identificare a un pubblico ideale un sistema di valori, di fini, persino di mezzi talvolta… insomma, sappia disegnare sulla complessità di un mondo frammentato e irrequieto, un orizzonte di “verità” e di finalità la cui realizzazione è lo scopo stesso dell’entità in oggetto. Ma nessun progetto o visione esiste prima di un lavoro inventivo in cui soggetti, obiettivi, principi, fatti e credenze si trovano riunite in un unico discorso più o meno coerente che li rappresenta, cioè li mette in scena. Questo processo inventivo è ciò che si chiama una narrazione, cioè un’esposizione dei presupposti, dei protagonisti e dello svolgersi degli eventi del mondo umano tale da dar loro un senso e una direzione. Nessun orizzonte politico reale ne può esser privo, nell’illusione inversa di sgorgare dall’evidenza delle cose

Le narrazioni sono l’essenza di tali orizzonti, la cui forza mobilitante è esattamente ciò che rende possibile che centinaia di milioni di persone, per non dire miliardi, la cui identità è, come detto, frastagliata da numerose differenze e conflitti possibili, prendano parte più o meno consapevolmente a un certo progetto politico fondato su di esse. Far parte di una storia politica non è assolutamente solo il fatto di una militanza attiva: tutti noi aderiamo più o meno attivamente al progetto politico dello spazio che viviamo, nel nostro caso il mondo “occidentale”. 

De te fabula narratur

La favola occidentale, cioè di quella porzione di terra costituita dal blocco di paesi individuati con questa formula falsamente geografica, è senza dubbio la narrazione più imponente e influente nella storia recente dell’umanità. Il suo potere deriva ed è legato al fatto di essere il correlato di un progetto politico che si è imposto al mondo tramite una poderosissima impresa di colonizzazione e conquista, sia con che senza le armi (ma quasi mai privandosene del tutto, al contrario). Quest’impresa, che inizia circa sei secoli fa, ha dato forma al mondo attuale e per tale motivo non può che essere uno dei fattori chiave, se non il più importante, per comprendere lo stato dei rapporti interni ed esterni ai vari scenari di gran parte del globo. Sappiamo che essa è legata inoltre a doppio filo all’irrequieta vicenda di una struttura economica chiamata capitalismo, di cui si può dire che sia stata al tempo stesso l’involucro e il presupposto.

La favola occidentale, che abita la coscienza collettiva di tutti noi, è, come tutte le narrazioni del tipo, impossibile a semplificare in un’unica linea senza che ogni punto presenti molteplici variabili. Ma grosso modo, e dopo secoli di conflittuali elaborazioni, essa inizia sempre con il c’era una volta l’individuo uomo, il cui lume razionale lo scopriva piacevolmente in possesso naturale di una serie di diritti di possesso di sé e delle cose. Forte di questa consapevolezza, egli entrava in rapporto con tutti gli altri consimili in relazioni di scambio di ciò che il proprio orto gli dava dal suo lavoro: superfluo per superfluo, nulla di più né di meno. Ma poiché alcuni, più bravi o fortunati, avevano più superfluo che gli altri, potevano permettersi di ingaggiarne certuni, meno bravi o sfortunati, e farli lavorare nel proprio orto in cambio di una legittima retribuzione, coniugando l’utile a una cortese moralità. Siccome, tuttavia, anche nelle favole ci sono i briganti, e anche lì le mamme dei mascalzoni partoriscono spesso, bisognava un sistema di protezione dei diritti degli individui, nonché di decisione sulle controversie e gli affari comuni, per quanto pochi si volesse che fossero: si optò infine (ma non fu facile) per il sistema che più s’addice a una comunità di individui che vivono di rapporti paritari e trasparenti fondati sulla buona razionalità, la democrazia. Regime della ragione e della visibilità, la democrazia non avrebbe avuto per scopo che rispecchiare l’uguaglianza dei rapporti economici di scambio assicurandone i presupposti (i diritti formali di parità e di proprietà) e lo sviluppo. Tutti vi sarebbero vissuti un giorno felici e contenti.

Sarebbe impossibile e forse inutile individuare qui tutti i punti su cui si può attaccare un discorso che, dopo tutto, nessuno nella fattispecie tiene in questa forma ingenua. Esso è il nucleo di una visione generale che impregna un mondo, il nostro. E benché si sia detto che conduca inevitabilmente a una fine delle narrazioni, cioè a un ideale orizzonte di “post-storia” il cui carattere sarebbe un presente eterno e privo di eventi, in verità essa è pregnissima di una concezione della storia a suo modo decisamente radicale che vede tutto ciò che non si piega alla sua progressiva affermazione come l’insorgenza incomprensibile dell’irrazionalità nel mondo, e pertanto qualcosa da estirpare come si deve estirpare il male dal progetto provvidenziale: con la violenza che merita ciò che non ha altra forma d’esistenza che non sia la mostruosità.

The West vs The Rest

In questa condizione in cui gli spazi sociopolitici globali sono organizzati e prendono forma attraverso il costruirsi e il diffondersi di narrazioni che sono rappresentazioni ideali di questo stesso mondo, l’occidente è riuscito a riunire ampissime parti della terra in un’accettazione più o meno volontaria e profonda di molti dei presupposti e dei corollari della propria narrazione, esportando insieme a essi modelli politici, di vita e soprattutto economici (almeno nella misura in cui ciò fosse funzionale al modello globalmente dominante). 

La crisi di tale consenso epocale è una delle lenti più efficaci per intendere l’attuale stato in ebollizione dei rapporti politici globali: un numero di narrazioni esplicitamente contrarie e contraddittorie vengono forgiate da anni o decenni, e trovano un terreno oggi fertile per organizzare grandi masse delle popolazioni mondiali contro i centri di potere del blocco occidentale. Beninteso, nell’analisi delle narrazioni geopolitiche, la domanda fondamentale è sempre il “chi” della loro ideazione: si tratta spesso di altri centri di potere, istituzionalistico-statali e non, che se ne fanno portavoce e fari. Ciò non toglie che queste forze ideologiche stanno avendo un certo successo nel prospettare forme relativamente altre per porzioni della terra molto estese: che la presa dell’occidente sul globo sia grandemente minore è un’inquietudine da cui dibattito pubblico e media sono ormai sintomaticamente attraversati e pressoché certi dinanzi gran parte dei dossier mondiali.

Ciò che ne emerge abbastanza intuitivamente è che le principali congiunture geopolitiche sembrano allinearsi, almeno in parte, intorno a un contrasto su vari fronti a quello che Putin ha chiamato l’“Occidente collettivo”. La sua visione è attaccata in quanto tale in modo abbastanza esplicito e consapevole, attraverso il pullulare di proposte alternative, a vari livelli di elaborazione e radicamento, che dall’Africa all’Asia passando per il Sudamerica stanno mobilitando anche enormi masse. Alcune di tali proposte hanno natura eminentemente politico-economica (si pensi ai BRICS), altre tentano una via cultuale più “profonda” (da un certo Islam politico fino alla nuova alleanza temporale-spirituale del Cremlino con la Chiesa Ortodossa russa, per non parlare della Cina). Purtroppo, molte (ma non tutte) di queste contro-narrazioni hanno un carattere che definiremmo tradizionalista per non dire reazionario, concetti che in ogni caso individuano un necessario e ineludibile posizionamento, e non una natura delle cose.

Ci sarà una volta

In virtù dell’eterogeneità intrinseca degli spazi in cui provano ad affermarsi, quasi nessuna di queste narrazioni sembra essere totalmente egemonica in uno di essi. Ma neppure il grande racconto occidentale gode di solida incontestabilità: le contro-narrazioni più o meno serie sono ovunque e danno vita a fronti di contrasto che si sono manifestati persino nei centri istituzionali statunitensi in modalità che, se non fossero state drammatiche, certo sarebbe state folkloristiche. Anche qui ci troviamo di fronte un attacco che ha carattere reazionario, l’opposto esatto di ciò di cui la Città di Fedora dipinge le proprie sfere, nel tentativo di riscoprire la dimensione “poetica” della vita.

Essere consapevoli della natura “favolistica” dei mondi politici vuol dire pensarne il loro essere costruiti. Le favole della terra sono le narrazioni più o meno grandi che tracciano gli orizzonti degli immaginari politici collettivi e ciò facendo permettono ai miliardi di esseri umani che abitano questo sasso di prendere parte alle traiettorie storiche delle comunità di cui assicurano l’esistenza medesima. Esse mostrano il potere che tali immaginari hanno nel plasmare le forze inestinguibili che inevitabilmente percorrono la sostanza del mondo umano. Ma esse mostrano, soprattutto, che, come è già accaduto e di certo riaccadrà, è sempre possibile ricominciare da capo il racconto. La bugia dell’ultima favola non potrà trattenere il suo carattere transitorio e il suo essere in bilico sulle condizioni reali (pertanto sempre mobili) del proprio instaurarsi: sappiamo che, al di là di qua, c’è sempre la possibilità di impugnare gli elementi di questo stesso mondo per riplasmarlo, e che l’atto politico più elevato inizia esattamente con una ripresa radicale del racconto.  

In nova fert animus mutatas dicere formas / corpora

(Ovidio, Metamorfosi, I, 1-2)