Un articolo di Matteo Fabrizi e Lorenzo Milano

Cattedrali nel deserto

Nel luglio del 2021, quando ci trovavamo sospesi tra la pandemia che ancora infuriava e il faticoso tentativo di tornare alla vita ordinaria, tre studentesse della Scuola Normale di Pisa hanno colto l’occasione offerta dalla loro cerimonia di diploma presso la prestigiosa Scuola per pronunciare un vigoroso j’accuse contro la Normale in particolare e il sistema universitario in generale. Il video girato in quell’occasione e postato sul web ha avuto una notevole risonanza mediatica non solo per l’audacia dell’iniziativa delle tre laureande, ma anche e soprattutto per la nettezza delle loro posizioni nel denunciare le perversioni del mondo accademico, dall’autoreferenzialità alla competizione sfrenata, dal precariato al divario di genere.

Sin dalle prime battute le tre normaliste identificano con impressionante lucidità la radice comune di tutte queste storture: la trasformazione delle università in senso neoliberale. Si tratta di un fenomeno ampio e dalle molteplici sfaccettature che, attraverso una serie di riforme e prassi consolidate, ha reso sempre di più l’università un’azienda, per quanto di un genere del tutto particolare. La questione va quindi ben oltre la Normale, per quanto istituzioni “di eccellenza” come questa ne siano alcune delle espressioni più compiute.

L’eccellenza non è un merito

L’aziendalizzazione dell’università va dunque di pari passo con l’affermazione dell’ideologia del merito e dell’eccellenza, come ha messo brillantemente in luce Mauro Boarelli in un suo recente pamphlet intitolato Contro l’ideologia del merito. Come tutte le ideologie, quella del merito e dell’eccellenza deve la sua fortuna alla capacità di camuffare le cause profonde dei fenomeni sociali per rendere egemonico il punto di vista delle classi dominanti e favorire la conservazione dello status quo.

L’ideologia del merito è stata in effetti il principale veicolo culturale del neoliberismo in centri nevralgici della società come le scuole e le università (ma anche i luoghi di lavoro). Strumenti come le prove Invalsi o l’Anvur (ovvero l’Agenzia nazionale di valutazione del sistema universitario e della ricerca) hanno in comune un approccio verticistico (oggi si direbbe top-down) e la capacità di legittimare e al tempo stesso acuire le disuguaglianze. Per quanto riguarda le università, ciò è reso evidente dall’aumento delle quote premiali nei finanziamenti rispetto a quelle strutturali, dall’incentivazione diretta o indiretta delle università private e in generale da tutte quelle prassi che, come vedremo tra poco, favoriscono la trasformazione delle università in centri che perseguono scopi estrinseci e contraddittori rispetto alla ricerca e alla trasmissione del sapere.

Le conseguenze di una logica di questo tipo sono sotto gli occhi di tutti. Alcune riguardano la missione sociale dell’università, intesa come luogo di crescita personale e opportunità di mobilità sociale. La logica della “premialità” favorisce l’acuirsi dei divari sociali e territoriali, penalizzando proprio le aree in cui l’istruzione dovrebbe compiere maggiormente la sua funzione sociale. La connessione sempre più stretta e sempre più immediata tra il mondo accademico e quello aziendale favorisce in molti casi università private che non assicurano realmente una formazione di qualità ma possono vantare maggiori contatti con il mondo industriale. La concezione secondo cui l’università (e prima ancora la scuola) avrebbe come unico scopo la produzione di forza lavoro infarcita di saperi strumentali ma priva di saperi critici, unitamente alle dinamiche dei finanziamenti che favoriscono il legame università-impresa, sta causando la crisi di interi settori di ricerca come quelli umanistici e il declino della ricerca di base nelle facoltà scientifiche.

Quali sono le entrate di un’ università?

Se vogliamo rintracciare le origini del fenomeno, è necessario considerare il quadro economico in cui si muove ormai stabilmente il sistema accademico italiano. Apriamo il vaso di Pandora e domandiamoci: come si sostiene un’università, e in che modo si ripartiscono le sue principali entrate? 

Facciamo un esempio concreto e prendiamo in considerazione il Bilancio Unico d’Esercizio dell’Università di Pisa per l’anno 2022 (si vedano soprattutto pp. 12,14 e 141). Ad una veloce lettura possiamo notare che i proventi operativi totali in conto economico ammontano a circa 405,5 milioni di euro. Di questi 405,5 milioni, solo il 28% circa deriva da proventi propri dell’università (tasse, finanziamenti, commissioni, poco meno di 100 milioni) mentre la parte più importante è rappresentata dai finanziamenti statali, che costituiscono quasi il 70% dei proventi totali (circa 279 milioni di euro). Di questi 279 milioni, circa 230 derivano dal Fondo di Finanziamento Ordinario, cioè dall’insieme delle risorse che ogni anno il MIUR stanzia per il sostentamento degli Atenei. 

Questo esempio può essere esteso, con i dovuti adeguamenti, a tutte le università italiane, che hanno sì autonomia nello scegliere in che modo utilizzare le proprie entrate, ma che nella pratica dipendono pesantemente dai finanziamenti del Ministero. Ciò non sarebbe di per sé un male, ma la domanda cruciale a questo punto diventa: come funziona il Fondo di Finanziamento Ordinario (in gergo FFO)? È qui che entra in gioco l’aziendalizzazione delle università.

Quando la ricerca incontra il denaro

Le risorse del FFO che ogni università riceve annualmente si dividono in due parti principali o “quote”. La quota base (circa il 70%) è calcolata, semplificando un po’, sulle dimensioni dell’ateneo e sui costi che questo deve affrontare. Il principio è infatti quello secondo cui atenei più grandi hanno bisogno di più risorse per mantenersi. A questa quota base si aggiunge una quota “premiale” (circa il 30%)  assegnata sulla base dei risultati della ricerca o, per essere più precisi, sulla base della procedura di Valutazione della Qualità della Ricerca (VQR) promossa dall’Anvur. 

La ricerca accademica risulta quindi inevitabilmente tutt’altro che disinteressata. La prosperità di un’università dipende fortemente da quanto e come si fa ricerca al suo interno, e soprattutto dai criteri utilizzati per valutare tale ricerca. Ad aggravare la situazione contribuisce il fatto che l’Anvur ricava dalla VQR il cosiddetto “Indicatore standardizzato della performance dipartimentale” (ISPD), su cui viene costruita la graduatoria per i fondi dei Dipartimenti di Eccellenza. Parliamo di circa un 1 milione e mezzo di bonus, all’anno, per ogni Dipartimento che rientra in graduatoria. 

Kant è stato un pessimo ricercatore

Già, ma come viene realizzata questa fantomatica VQR? Tre sono i criteri (vedi bando art.7, comma 9) che determinano il successo di un prodotto di ricerca: originalità, metodologia e impatto sociale. Tutti criteri che sono poi quantificati attraverso formule matematiche. C’è altro? Assolutamente no. Se un’opera non è originale, non ha risultati chiari e riproducibili e non ha avuto un grande impatto nella comunità scientifica, non è di grande qualità. E questa produzione deve essere “innovativa” e “quantificabile”  – ricordiamolo – ogni singolo anno, pena il crollo della quota premiale e dell’ISPD. Si arriva al paradosso per cui se, per assurdo, fossero stati applicati gli stessi criteri al tempo in cui Kant insegnava all’Università di Königsberg, non solo la sua Critica della Ragion Pura avrebbe ottenuto un basso punteggio (ha avuto una gestazione di più di dieci anni, presenta uno stile di scrittura difficilmente accessibile, contiene numerose imprecisioni bibliografiche, si è imposta molto lentamente nel panorama filosofico ecc.), ma avrebbe pure fatto crollare il bilancio della sua università!

La malattia accademica

Il paragone con le università settecentesche può certamente sembrare  provocatorio, ma se ci pensiamo bene il fatto che in passato sia stato possibile scrivere opere del calibro della Critica della Ragion Pura dipende in modo sostanziale dal fatto che le università si reggevano su criteri di funzionamento non puramente quantitativi e misurabili.

Oggi anche le istituzioni teoricamente deputate a sviluppare i livelli più alti della conoscenza hanno dovuto conformarsi alla logica capitalistica. Semplificando un po’ (ma neanche troppo), possiamo dire che come un’azienda è migliore di un’altra se realizza un maggior numero di output ad un prezzo più alto, stimolando il consumo con prodotti sempre nuovi, così le università “eccellenti” sono tali perché offrono sul mercato risultati di ricerca sempre freschi e aggiornati.

L’applicazione della logica della produzione in serie alla conoscenza genera deformazioni enormi, spingendo i ricercatori a conformarsi a parametri più o meno arbitrari stabiliti in modo centralizzato e verticistico da istituzioni come l’Anvur (i cui vertici, ricordiamolo, vengono nominati dal governo di turno), a produrre il maggior numero possibile di contributi (prediligendo ad esempio la scrittura di articoli rispetto a quella dei libri), ad andare a caccia di citazioni o di pubblicazioni in riviste di “fascia alta” (che spesso devono la loro influenza esclusivamente al collegamento con precisi centri di potere accademico o fonti di finanziamento costanti, marginalizzando di fatto operazioni editoriali indipendenti), ma soprattutto a rinunciare alla libertà di ricerca in favore di strade più alla moda, finanziabili e immediatamente spendibili. Il risultato è la proliferazione di un numero enorme di “prodotti accademici” accomunati, con rare eccezioni, da una inevitabile preferenza per la quantità a scapito della qualità e da un elevato grado di conformismo e autoreferenzialità. La posta in palio per gli aspiranti ricercatori, quasi ovunque precari, è niente meno che la sopravvivenza lavorativa. Publish or Perish.

Fonti

Mauro Boarelli, Contro l’ideologia del merito, Bari-Roma, Laterza, 2019.

https://www.unipi.it/index.php/amministrazione/item/9595-documenti-e-allegati-del-bilancio-consunti

https://www.mur.gov.it/it/aree-tematiche/universita/programmazione-e-finanziamenti/finanziamenti

https://www.anvur.it/wp-content/uploads/2018/04/Nota_metodologica_ISPD_AN_.pdf%C2%A0

https://www.miur.gov.it/dipartimenti-di-eccellenza

https://www.anvur.it/wp-content/uploads/2022/04/Risultati_VQR_2015_2019.pdf