La seguente riflessione esordisce di sera, nella camera d’un uomo dagli occhi affaticati e dalla mente appesantita dal troppo rumore ricevuto. Quante delle nostre giornate finiscono così? E si insinua la domanda: qual è il valore di vista e udito se me ne sento tanto affranto? 

Vista e udito: la cuspide sensibile della cultura occidentale

Siamo la civiltà della visione da quando la grecità forgia il paradigma della verità sulla metafora della vista. Letteralmente, la parola “teoria”(θεωρέω) – immensamente decisiva oggi e sempre – significa “ciò che è veduto”. Ancora oggi le gerarchie dei gradi della conoscenza risentono del retaggio greco; il dominio della vista trova granitica longevità nelle filosofie platonico-aristoteliche che esaltano (sovente a furor di metafora) l’essenza veritativa del vedere. Generalmente, quanto è veduto viene  stimato come vero

L’eredità greca: verità e vista

Vizio comune, mutuato dalla temperie greca è quello dei giudici a prestar fede alla testimonianza diretta, il veduto è il vero, è una prova solida. La vista pare così godere di uno statuto privilegiato relativamente alla questione conoscitiva. Sarebbero in una cerca misura concordi anche quei giudici sui generis che son gli storici: per lungo tempo l’osservatore diretto rimane fonte privilegiata per l’argomento. Vedere è letteralmente conoscere. Il peso specifico d’un tale assunto è rintracciabile nell’argomento che tenta di scardinarlo. Marc Bloch, il grande storico francese, coglie la falla conoscitiva insita nella testimonianza diretta e contestualmente ne compie una decostruzione del valore visivo. L’argomento del pensatore delle Annales è sì concentro a smascherare la cifra faziosa, emotiva e individuale della testimonianza diretta ma è allo stesso tempo  un buon indicatore per ricordare come ancora oggi quello del veduto sia uno dei possibili (tanto che è necessario contestarlo) elementi probatori della verità. 

Il popolo della parola: il secondo senso “superiore”

Dovremmo qui domandarci cos’è dell’altro senso generalmente riconosciuto nobile e superiore rispetto alla conoscenza? Se la cultura greca valorizza la vista, la matrice ebraica dell’Occidente custodisce un primato diverso, il primato conoscitivo dell’udito. L’Antico Testamento è gravido di momenti salienti ove a superare il limite della qui imperfetta conoscenza visiva è il senso dell’udito. La divinità non è mai visivamente data ma sempre udita; così la vista è squalificata al rango delle tentazioni: la voce si configura quale vero che trascende l’apparenza della datità visiva. E così, parallelamente ed intrecciata a quella della visione, si avvia quella che potremmo definire la cultura dell’udito

Dobbiamo immediatamente smorzare la deriva storica dell’argomento e concentrarci sul tema cardine del discorso: qual è oggi il peso specifico della dimensione uditiva? 

La sensibilità nella società capitalistica 

Un indicatore nobilissimo per “misurare” la questione sono le riflessioni di Estetica e di Filosofia dell’arte del secolo appena chiusosi. Dobbiamo evidenziare come, nonostante la musica sia ben trattata quale fenomeno espressivo (uno degli esempi possibili sono le inestimabili riflessioni di Adorno), ad essere maggiormente frequentato è il tema dell’immagine. Il pensiero della sensibilità (letteralmente del senso) tende – ci pare – ad appiattirsi sulla dimensione visiva, recuperando per una via diversa da quella originaria, il primato greco. Diversa perché – ed è una posizione teorica decisiva – determinata dal pensiero materialista che soggiace alla civiltà occidentale. (Leggi anche: Essenza e apparenza nella società occidentale)

Come è stato evidenziato, la civiltà del capitale si nutre e si fonda d’una spicciola metafisica economica, ove la dimensione produttiva-speculativa assume i connotati della destinazione finale della vita umana. (Leggi anche: A lezione da Marx nell’ora di storia) In termini più volgari: gli abitanti del secolo XXI spesso vivono secondo il desiderio (inappagato e inappagabile) di accumulo, individuando nel bene desiderato una divinità (altrove perduta) e nel processo un percorso ascensionale (sì sofferto ma mai salvifico). Qui ci concentriamo su una specifica domanda: qual è il peso del suono nella vita degli abitanti del nostro secolo? Il suono del mondo urbano cambia la nostra percezione del sé? Ancora, il nostro (di noi che popoliamo le caotiche metropoli) rapporto con il suono – qui inteso come voce interiore, profonda – è paragonabile a quello delle civiltà preindustriali? 

Un’overdose di stimoli

Umberto Eco riconosceva per il secolo nostro il pericolo della sovrabbondanza di informazioni disponibili e il tempo gli ha dato ragione. Basta tentare una pur piccola ricerca con i potentissimi motori di ricerca che la lista dei risultati appare sconfinata, mai integralmente fruibile per il ricercatore. La sensazione è quella dello smarrimento profondo, se non dello sconforto. 

Qualcosa di simile accade per le immagini che si accavallano innumerevoli ai nostri occhi: pubblicità proiettate e riprodotte in ogni dove, dallo schermo del piccolo-grande cellulare a quello della televisione di casa. (Leggi anche: Amare per immagini. Il desiderio che diventa like) Le immagini giocano un ruolo decisivo nella dialettica del desiderio (di merci) e vengono sapientemente adoperate per indurre il consumatore a consumare. Siamo così bombardati da flussi massicci di stimoli visivi sino al limite dell’overdose. L’eccesso dell’esposizione ad immagini determina delle conseguenze importanti che sarebbe bene studiare secondo molteplici prospettive: medica, antropologica e filosofica. 

L’uomo in ascolto: i rumori della metropoli

Cosa accade con la dimensione del suono? Forse non è necessario neppure domandare uno sforzo d’immaginazione giacché è la nostra quotidianità: interrompiamo per un istante la corsa lungo i calpestatissimi marciapiede della città, leviamoci gli auricolari (bombardieri instancabili di rumore) e concentriamoci sui suoni ricevuti; potrebbe giovare il castrare l’”arrogante” vista chiudendo gli occhi – nella speranza di non finir derubati. Ecco qui un tripudio di rumori, una nuvola apparentemente indistinguibile di suoni. La sovrabbondanza degli stimoli pare eccedere le nostre facoltà di ricezione: riceviamo più stimoli di quelli che potremmo udire. 

Attenzione e metamorfosi

Pregherei i lettori di pazientare, di continuare l’esercizio, non cedere alla fretta del passo. Concentrazione…, distinguiamo i suoni, pensiamo i rumori. Ecco che – isolata nell’ascolto – la cupa percussione metallica si rivela il martellare ritmico dell’operaio, lo spaventoso fischio serpentino il singhiozzo dei motori elettrici, il ticchettio che pareva uno sciame infestante è la fretta di chi corre verso casa. Ad uno ad uno si svelano i volti, le mani, le voci dei rumori, i rumori si fanno suoni, i suoni si fanno storie, persone, sguardi. (Leggi anche: L’impossibilità del ritorno in “La Luna e i Falò” di C. Pavese )

L’augurio è che la città sia il luogo umano per gli umani, la possibilità di recuperare la voce soprattutto dove pare perduta, fondando l’umanità in ciò che pare disumano. La forse sciocca provocazione è per chi ci vuole compratori; e noi sì continueremo a comprare, non possiamo esimerci dal gioco più maledetto del nostro tempo ma possiamo vivere la stessa città, lo stesso corpo con uno spessore diverso: possiamo ritrovare l’umanità nell’incontro, nell’ascolto dell’altro. È nella metamorfosi nel rumore in suono che si consuma l’incontro con l’altro non in quanto oggetto ma soggettività altra da noi.

Certamente anche la vista (e altri sensi che solo per ossequiante tradizionalismo abbiamo trascurato) concede noi la possibilità d’un riscatto conoscitivo, basti pensare al tema affascinante della contemplazione. Qui per scelta arbitraria abbiam deciso di giocare col secondo, forse il meno considerato dei due sensi sempre privilegiati.

Il suono è l’occasione (non unica) di conoscenza intra-paradigmatica, ovvero che istantaneamente è contenuta nel nostro mondo culturale e lo eccede. La sfida della libertà è nello scardinare la nebbia dell’ovvio: dove tutta l’umanità pare perduta troviamo nel suono un’occasione, una delle tante e inestimabili, di trovare umanità, sguardo e voce ove la mancanza di attenzione pare averla smarrita. Attenzione per cosa? Ce lo racconteremo poi, in pieno centro a Milano. 

Forse un mattino

Forse un mattino andando in un’aria di vetro,

arida, rivolgendomi, vedrò compirsi il miracolo:

il nulla alle mie spalle, il vuoto dietro

di me, con un terrore di ubriaco.

Poi come s’uno schermo, s’accamperanno di gitto

alberi case colli per l’inganno consueto.

Ma sarà troppo tardi; ed io me n’andrò zitto

tra gli uomini che non si voltano, col mio segreto.

E. Montale; Ossi di Seppia; Piero Gobetti Editore; Torino; 1925.

Bibliografia

 M. Bloch; La guerra e le false notizie. Ricordi (1914-1915) e riflessioni (1921); Fazi Editore; Roma; 2014.

G. Scholem; I segreti della creazione; Milano; 2003. 

George Ritzer, La religione dei consumi. Cattedrali, pellegrinaggi e riti dell’iperconsumismo; Il mulino; Bologna;2012.