Giovedì 18 gennaio la Corte di Cassazione si è espressa sul caso che vedeva otto persone condannate nel 2022 dalla Corte d’Appello di Milano per aver esibito il saluto romano in occasione di una commemorazione in ricordo di Sergio Ramelli, membro del Fronte della Gioventù (organizzazione giovanile del Msi) ucciso nel 1975 a causa di un agguato teso da militanti di Avanguardia Operaia. La Suprema Corte, chiamata a esprimersi sulla punibilità del gesto, ha annullato la sentenza della Corte d’Appello, stabilendo che, nei casi come quello citato, qualora in cui non possa essere oggettivamente accertato un tentativo di ricostituzione del partito fascista, risulta improprio emettere condanne ai sensi della legge Scelba e la legge Mancino. Se consideriamo anche il “dibattito” sui fatti di Acca Larenzia, anch’essi legati a una commemorazione, si tratta del secondo caso in meno di un mese (di certo non l’ultimo del 2024) che ha richiamato gli italiani a discutere sulla “vexatissima quaestio”.

Ora, questi sono i fatti. E in quanto tali, sono già storia; così come lo saranno le interpretazioni che verranno date. Se è vero quello che diceva Hegel sulla filosofia, e cioè che si tratta del tentativo di «apprendere il proprio tempo con il pensiero», allora forse vale la pena provare a fare uno sforzo di comprensione. A che scopo? Se pensare criticamente ha ancora un valore, allora potrebbe valere la pena provare a parlare del rapporto tra il Fascismo e gli italiani. In fondo si tratta di provare a capire due tempi, uno spazio e il senso del passaggio dall’uno all’altro. Per esprimersi in una domanda: perché il Fascismo è ancora qualcosa per gli italiani? Chi scrive non pretende in alcun modo di accostarsi, integrare o sormontare le risposte che, più o meno recentemente, sono state date a questa domanda (da Umberto Eco a Luciano Canfora, da Michela Murgia a Francesco Filippi). Sta di fatto che, solo per questo, solo per il fatto che una parte degli italiani sente di doverne parlare indica che questo rapporto è ancora un grosso problema. E in quanto tale, anche un piccolo contributo come questo vuole unirsi a questo appello.

Questa riflessione si apre con una precisazione morfologica: l’uso della F maiuscola non è casuale. Non lo è perché credo si possano innanzitutto distinguere due tipi di fascismo: il Fascismo con la F maiuscola corrisponde ai vent’anni dell’Italia mussoliniana; poi, c’è il fascismo, molto più difficile e complesso da definire. Esso è un atteggiamento, una Weltanschauung, un modo di pensare che non necessariamente corrisponde col Fascismo storico. Entrambi sono fra noi; per le strade, sui muri, nei seminterrati, nelle curve degli stadi, nel discorso al bar tutte le mattine; ma anche nelle case luminose e ben arredate, nelle caserme e nei commissariati, negli uffici e nelle segrete stanze della Repubblica. In questo senso, entrambi non sono sottocultura, ma “infracultura”, flussi in incognito che zigzàgano nel nostro mondo. Cosa li distingue? Un aspetto in particolare: l’estetica. Il fascismo non va in giro in camicia nera; il Fascismo si. Il fascismo non usa lo stesso vocabolario di Ciano, Balbo, Bottai o Gentile; il Fascismo si. In un certo senso, Pasolini aveva ragione quando parlava del “nuovo fascismo” come una trasformazione obbligata, il prodotto di un fallimento storico (del Fascismo) che aveva abiurato i suoi progetti di omologazione. Si può essere d’accordo o meno con questa tesi. Essa, però, non spiega tutto. Dal punto di vista italiano probabilmente si, ma altrove?

Il fascismo, infatti, conserva la sua eccezionalità nell’essere un fenomeno non unicamente italiano. In Italia trovano posto entrambi, ma non è solo qui che è possibile trovarlo: il fascismo è nei comizi di Trump e nell’assalto a Capitol Hill, in Corea del Nord e presso i Signori della guerra, in Cisgiordania e per le strade di Gaza, nelle banlieues e nelle periferie abbandonate, nella penisola iberica e nei Länder tedeschi, nella foresta amazzonica e nella prigione di Aleksej Naval’nyj, nei CdA e in metropolitana, a scuola come al parco, nell’omotransfobia e nella violenza come scopo. In questo senso, il fascismo è qualcosa di molto simile a ciò che aveva descritto Eco parlando di Ur-fascismo: è prevaricazione antidemocratica; predilezione della forma repressiva, della sottomissione e dell’abuso; è culto nostalgico; rifiuto netto e radicale del moderno; è il malumore portato alle sue estreme conseguenze; il rifiuto del discorso critico; l’eterno timore del complotto; l’elitismo; la superiorità bio-ontologica. Alcune di queste caratteristiche si possono ritrovare anche nel discorso pasoliniano. Ma è solo un fascismo, quello “fluido”, slegato dalla sua origine storica e per questo, forse, il più difficile da rintracciare. Con buona probabilità costituisce il figlio illegittimo di una specifica contingenza storica (la nostra) dove lo sgretolamento dell’utopico ideale liberal-democratico che si pensava potesse costituire un nuovo, unico ordine omogeneo si fa di giorno in giorno più evidente.

Due al prezzo di entrambi

Per essere più precisi, questo fascismo è il figlio della fine della storia e delle variabili incontrollate della società di mercato, tendenzialmente tendente alla produzione e alla concentrazione della ricchezza e non alla sua distribuzione, alla separazione tra individuo giuridico e individuo reale, alla superiorità della concorrenza sulla cooperazione e via di seguito. È innegabile che fase corrente della storia occidentale il pensieri, i movimenti e i partiti di destra stiano guadagnando spazio. Quando in politica e nella società si guadagna spazio si può dire che ciò avviene per due ragioni principali: perché si produce un cambiamento effettivo, sensibilmente avvertito dalle persone; oppure, quando una narrazione, al di là delle sue produzioni reali, viene percepita come legittimamente più valida, come un discorso più inverato di altri. 

L’Italia rappresenta, su questo tema, un caso eccezionale per il reciproco influsso di queste due tendenze, dei due fascismi. Non è l’unico luogo dove questo accade; i rimandi di Alternative für Deutschland al nazionalsocialismo, ad esempio, sono evidenti (così come quelli di Vox al passato franchista). La differenza non sta solo nel fatto che l’Italia ha coniato il termine garantendone l’uso, ma anche perché la presenza dei due fascismi viene data, nel nostro Paese, abbastanza per scontata. Come se non si trattasse di una questione urgente, di un problema di cui occuparsi. Ma l’aspetto ancora più inquietante del caso italiano sta, credo, non solo nella presenza di entrambi i fascismi, ma anche nel forte legame che li unisce (il quale non necessariamente genera una sovrapposizione) e, soprattutto, nel valore che il Fascismo detiene ancora come ideologia.

Una brutta indigestione

Ma perché? Perché, in fin dei conti, questo ha ancora valore? Perché tanti italiani esprimono la loro visione del mondo attraverso le lenti del Ventennio? Personalmente ritengo che debba essere presa criticamente in esame almeno questa similitudine: il Fascismo, come un pasto non digerito, porta con sé non solo dei rigurgiti, ma anche il rammarico di quella che poteva essere una grande e goduriosa abbuffata. È sul carattere specifico di questo rammarico che bisognerebbe insistere; spesso si dice che questo è avvenuto perché l’Italia non ha mai avuto la sua Norimberga o perché il Duce è stato tradito e non avrebbe (come Hitler) lasciato il Paese allo sbando se fosse rimasto al suo posto. Per via di questo “rammarico”; il Fascismo se n’è andato ma nel farlo ha “sbattuto la porta”, lasciando dietro di sé una scia di “chissà” che, quasi impercepibile, è giunta fino a oggi sotto forma del “quando c’era lui”, patetica e ipocrita trasposizione di un “se ci fosse lui” che non si ha il coraggio di scatenare. Il problema più grande è che questa scia, il filo che Mussolini  ha lasciato cadere per attirare a sé gli italiani, è rimasta al suo posto, paradossalmente ignorata (o tacitamente tollerata) da parte di una Repubblica in fasce che aveva bisogno di qualsiasi cosa (persino dei risolutamente fascisti) per poter alzarsi e camminare. Basti pensare all’inspiegabile nascita ed esistenza del Msi e dell’ipotesi di un Fascismo repubblicano per dimostrare questo punto. Viene quasi da pensare che i protagonisti di quella stagione politica credessero all’impossibilità di togliere agli italiani quell’incertezza, quell’idealizzazione sospesa, quel “padre” da cui staccarsi che richiama note di inconscio. Viene da chiedersi anche se non sia stato un errore fatale. Certo è che i due fascismi, nelle circostanze attuali, si sono ritrovati.

Se ancora oggi…

Quasi a suggellare questa prospettiva, Eco scrive 

«[il fascismo] era un esempio di sgangheratezza politica e ideologica. Ma era una “sgangheratezza ordinata”, una confusione strutturata. Il fascismo era filosoficamente scardinato, ma dal punto di vista emotivo era fermamente incernierato ad alcuni archetipi. […] Ci fu un solo nazismo, […] fondamentalmente pagano, politeistico e anticristiano, […] Al contrario, si può giocare al fascismo in molti modi, e il nome del gioco non cambia. […] Il termine “fascismo” si adatta a tutto perché è possibile eliminare da un regime fascista uno o più aspetti, e lo si potrà sempre riconoscere per fascista.»

In fin dei conti, non fanno paura solo i cimeli, quanto il fatto che un po’ ci aspettiamo di poterli trovare nelle case, come tracce nascoste di quella scia ancora presente. Se portarla alla luce (o se spazzarla via) possa e debba essere un problema, solo l’Italia e gli italiani ne hanno diritto e dovere di risoluzione. 

Bibliografia-sito indicativa*

https://www.ilpost.it/2024/01/19/cassazione-saluto-fascista-ramelli-2016/

https://it.wikipedia.org/wiki/Omicidio_di_Sergio_Ramelli

https://it.wikipedia.org/wiki/Strage_di_Acca_Larenzia

https://www.iltascabile.com/letterature/saggi-romanzi-fascismo/

https://ilmanifesto.it/governo-meloni-il-riflesso-condizionato-del-postfascismo

L. Canfora, Il fascismo non è mai morto, Dedalo 2024

U. Eco, Il fascismo eterno, La Nave di Teseo 2018

F. Filippi, Ma perché siamo ancora fascisti? Un conto rimasto aperto, Bollati Boringhieri 2020 

M. Murgia, Istruzioni per diventare fascisti, Einaudi 2018

** vista l’ampiezza della tematica, ho scelto di indicare solo una serie di testi recenti e di evitare di riportare classici sulla storia e sulle origini del Fascismo in Italia.