Quattro parole. Ventisette lettere. E no, non è una battuta di Gossip Girl

Sono le parole con cui IL nostro Presidente del Consiglio termina, all’alba del 19 ottobre 2019, il suo discorso in Piazza Giovanni (Roma), generando, suo malgrado, uno dei manifesti più iconici dell’epoca contemporanea: “Sono Giorgia, sono una donna, sono una madre, sono italiana, sono cristiana”. 

Oltre che richiamare in modo più che consapevole lo slogan  “Dio, patria e famiglia”, la conclusione ad effetto di Meloni fa emergere alcuni elementi chiave della propaganda tipica della destra radicale storica e attuale, come la fede religiosa, il legame con la nazione e, non per ultimo, l’appartenenza e i rapporti di  genere

Questioni femminili e quadro internazionale 

A tal proposito, bisogna fare una precisazione: a livello internazionale, nonostante la reputazione di männerparteien (ossia di partiti prevalentemente sostenuti, rappresentati e guidati da uomini), i partiti della destra radicale stanno sempre più manifestando il loro impegno per quanto riguarda i ruoli di genere nella società, soffermandosi in particolare sulle questioni femminili. Tra le tendenze che testimoniano quest’aspetto, negli ultimi anni, si è assistito e si assiste a un progressivo aumento di donne ai vertici del potere politico conservatore, come Angela Merkel e Ursula von der Leyen.

Contrariamente a quanto si pensa, tuttavia, le posizioni delle leader nei confronti dei temi riguardanti le donne sono estremamente eterogenee.
Secondo la teoria della rappresentanza sostanziale, infatti, le rappresentanti donne dei partiti conservatori dovrebbero idealmente rappresentare al meglio gli interessi delle altre donne e dei partiti progressisti solo in virtù della medesima appartenenza di genere. Lo scenario reale, però, si presenta decisamente più vario al punto che, se da un lato, alcune leader conservatrici abbracciano i principi della lotta femminista e affrontano queste tematiche in modo progressista, altre leader del medesimo orientamento politico adottano ulteriori punti di vista, spesso contraddittori o ambivalenti, soprattutto per quanto riguarda l’uguaglianza di genere e il modo in cui essa può essere raggiunta. 

Per completare questa panoramica, tuttavia, bisogna precisare che, con l’aumento dell’attenzione alle questioni migratorie, tutti i partiti della destra radicale, al di là di un atteggiamento “progressista” o meno, concordano tendenzialmente su un utilizzo delle questioni di genere con finalità anti-islamiche e anti – immigrazione: i leader, siano essi uomini o donne, infatti, enfatizzano su un ipotetico regime di uguaglianza di genere esistente nella nazione di appartenenza per contrapporsi e legittimarsi rispetto a culture non occidentali. 

Cursus Honorum 

In Italia, la tradizione dei partiti della destra radicale come männerparteien è stata particolarmente radicata fino a circa dieci anni fa: fino al 2013, infatti, nessun partito mainstream, sia di destra che di sinistra, era stato mai guidato da una donna. 

In quello stesso anno, però, poco prima delle elezioni politiche, Giorgia Meloni fonda e diventa il leader di Fratelli d’Italia, definito come un partito della destra populista e nato come gruppo parlamentare scissionista rispetto al Popolo delle Libertà di Silvio Berlusconi. Perfettamente in linea con la tendenza personalistica della politica generata dalla fine del sistema dei partiti, anche Fratelli d’Italia si identifica e si consuma nella figura della sua leader, Giorgia Meloni. 

Al di là delle proposte politiche e dell’ideologia dal carattere spiccatamente reazionario, le ragioni del successo di FdI esistono anche in virtù di un elemento di discrimine che contraddistingue la madre di questo partito rispetto a molte altre donne attive in politica. Gli studi sulla leadership femminile, infatti, sottolineano come spesso le donne riescano a raggiungere alte posizioni di potere politico solo se godono di una sorta di vantaggio di eredità, come moglie, figlia o un altro grado di parentela stretta di una figura politica maschile chiave: in Italia, due casi eclatanti in questo senso sono Alessandra Mussolini, nipote dell’ex dittatore, e Isabella Rauti, figlia di Pino Rauti, ex leader del Movimento Sociale Italiano (MSI).

IL nostro Presidente del Consiglio, però, ha un percorso nettamente diverso. Il suo impegno politico, infatti, inizia fin dal 1992, quando comincia a far parte del MSI; nel 2006, invece, Meloni è stata eletta per la prima volta alla Camera dei Deputati, diventando uno dei due vice presidenti, e nel 2008 è nominata Ministro della Gioventù durante il quarto governo Berlusconi. Tutto ciò fino ad arrivare ai giorni nostri, quando, dopo un lungo periodo passato all’opposizione, sale ai vertici diventando il primo Presidente del Consiglio donna durante le fatidiche elezioni del 25 settembre 2022. 

Mogli, madri… e basta. 

Nella gestione delle questioni femminili, l’operato di Meloni si inserisce pienamente in quella tendenza, citata in precedenza, che vede figure femminili ai vertici del potere politico che non adottano provvedimenti o  misure in favore delle donne, nonostante l’appartenenza di genere. 

A livello politico e, soprattutto, ideologico, infatti, Meloni non ha mai mascherato le sue posizioni anti – abortiste, sostenendo pubblicamente iniziative legate alla rete transnazionale e ai movimenti pro – life, e ha sempre giudicato negativamente i principi della lotta femminista, descrivendoli come uno “strumento ideologico contro la destra radicale piuttosto che un discorso a favore delle donne” (Arfini et al., 2019, p. 702). Allo stesso modo, Meloni si è opposta a tutti gli sforzi politici fatti in materia di diritti civili, orientamento sessuale e identità di genere, ritenendo che la civiltà occidentale sia “sotto attacco dall’ideologia gender”e che si stiano trascurando questioni fondamentali come la famiglia tradizionale, la natalità e l’educazione dei bambini.

Nello specifico, la famiglia eterosessuale assume, nel costrutto ideologico meloniano, il valore simbolico di luogo primario di trasmissione di valori e cultura, oltre che della riproduzione della società. Ciò spiega l’attenzione particolare del partito nei confronti del ruolo sociale tradizionale delle donne come mogli e madri, declinato in una narrazione della maternità come destino delle donne (con la relativa introduzione di bonus, incentivi e agevolazioni economiche) e in un’idea di emancipazione femminile basata sì, su un principio di merito di fondo, ma sempre dentro e non oltre i confini dell’equazione “mogli e madri”.

Uno dei cavalli di battaglia di FdI è, infatti, introdurre delle misure che garantiscano e premino le donne con responsabilità di cura dei figli nella forza lavoro. In questo, la retorica patriarcale non solo è visibile ma è proprio lampante: si trascurano, infatti, completamente gli interessi delle donne come lavoratrici attive senza mai riferimento a disuguaglianze sostanziali nella nostra società come il divario retributivo di genere. Senza considerare che, anche nel tentare di difendere la natalità e l’educazione dei figli, non si fa alcun cenno ad altre misure che permetterebbero alle donne di ridurre il doppio onere (quasi esclusivo) dell’essere riproduttive e produttive, introducendo, ad esempio, il congedo di paternità. 

Non rimane altro che dire, quindi, che il nostro tanto agognato primo Presidente del Consiglio donna continua a proporre una concezione conservatrice delle questioni femminili nel mercato del lavoro, rimanendo perfettamente ancorata a un’idea ancora familistica della donna che, come Giorgia, prima ancora di essere italiana e cristiana, è una madre