Domani altre foreste, pascoli nuovi.

John Milton, Lycidas

Chi era Franco Fortini? Poeta «essenzialmente metrico» – giudizio di Raboni (Raboni 1986) – o poeta concettuale e allegorico (Fortini 1977)? Sono passati più di cento anni dalla sua nascita, ma ancora urge la necessità di confrontarsi con la sua opera e il suo pensiero. 

L’interesse per la produzione di Fortini è da sempre in bilico tra due poli: quello letterario e quello politico. La fortuna dell’autore ha avuto così sorte mutevole nel panorama culturale italiano, a seconda che venisse conferita maggiore importanza al Fortini poeta, al Fortini redattore del «Politecnico» o collaboratore dei «Quaderni rossi», o ancora al Fortini saggista e traduttore. 

Al di là di tutte queste tendenze, oggi assistiamo ad una progressiva e decisa riscoperta del ruolo di Fortini nel panorama culturale italiano del Secondo Novecento.

Questo intervento si propone di rilevare alcuni rimandi filosofici presenti nella sua opera, concentrandosi principalmente su quei concetti che l’autore recupera e riprende dalla filosofia marxiana e hegeliana, in seguito rielaborati dalla Scuola di Francoforte, da Benjamin e da Lukács. Si osserverà come i singoli concetti vengano utilizzati da Fortini nell’articolazione del proprio linguaggio poetico.

Mettendo in comunicazione gli scritti di Fortini con le proposte filosofiche che egli utilizza, sarà possibile restituire l’immagine di un intellettuale capace di cogliere il movimento reale animante il proprio presente, ma al tempo stesso in grado di criticarlo con specifiche categorie linguistiche e concettuali. 

Linguaggio

Questo articolo nasce a partire da un’affermazione di Fortini contenuta in un’intervista con Maurizio Maggiani, Il dolore della verità, nella quale si legge che il linguaggio, anche quello poetico, «non è un linguaggio primo, ma è un linguaggio secondo o terzo rispetto al codice quotidiano o a quello dell’intera cultura». Fortini rigetta fermamente l’idea di un linguaggio poetico come «linguaggio degli dei o verbo originario» (Fortini 2000).

Questa concezione del linguaggio si pone nel solco di una specifica tradizione filosofica, quella marxista, e quella della critica mossa da Adorno ad Heidegger. Il linguaggio non conduce alla scoperta di un’origine più vera o più pura, come invece accade nella prospettiva ontologica di Heidegger, per il quale il linguaggio si presenta come «la casa dell’Essere» (Heidegger 1947). Per Fortini il linguaggio è un prodotto materiale, determinato storicamente dai rapporti sociali e materiali che intercorrono tra gli uomini (per approfondire che cosa si intenda con “rapporti sociali e materiali” rimando all’articolo sulla Città di Fedora «essenza e apparenza della società») Fortini, in questo, segue la lezione del Marx dei Manoscritti (Marx 1932) e dell’Ideologia tedesca (Marx 1932), così come le posizioni di Adorno, contenute ne L’idea della storia naturale (Adorno 1932). 

Natura

Alla questione del linguaggio è strettamente connessa quella della natura. L’intreccio tra queste tematiche entra direttamente in gioco nella discussione tra Fortini e Calvino sulla critica all’antropocentrismo. Fortini, infatti, rifiuta di scindere l’uomo dal complesso di forze materiali con cui organizza e amministra il reale, come si legge nel passo contenuto in Un giorno o l’altro

«il processo di interpretazione della natura (canto di uccello, moto di onde) si conclude in apparenza con un ironico scacco ma ha la propria vittoria in se stesso, nella propria formalizzazione letteraria, nel lieve cigolio della descrizione- interpretazione […]. E gli scrittori vogliono farci credere di parlare non antropocentricamente di uccelli e di onde quando in verità parlano solo della parola; ossia di quell’ultimo “vestigio di presunzione antropocentrica” di cui dicono volersi spogliare». (Fortini 2006). 

Per Fortini si utilizza la parola letteraria e poetica fingendo di dar voce alla natura, ma instaurando, attraverso la descrizione della natura, un discorso sull’uomo: da qui l’antropocentrismo latente in alcune produzioni letterarie. Fortini vuole strutturare diversamente l’elemento naturale nelle sue opere e per farlo cerca di pensare la natura in comunicazione con l’elemento umano e culturale. È possibile indagare la concezione fortiniana della natura, a partire dal dibattito tra l’autore e Calvino. Ciò che Fortini rimprovera a Calvino è la concezione adialettica, statica della natura. Si legge infatti nel testo fortiniano: 

Ma quel che il giovane sperimenta in proprio, gli errori che commette, le frustrazioni che deve patire, i rapporti che deve stabilire con la propria identità fisiologica e psicologica non sono scritti nel codice genetico più che nel codice storico-sociale, anzi il riconoscimento della umana determinazione biologica, della «condizione umana» come necessità corporea e processo materiale di sviluppo ed entropia, questo riconoscimento è esso stesso il risultato di uno sviluppo sociale e storico, di una cultura e di una classe. (Fortini 1985). 

Egli non considera separatamente il concetto di natura da quello di sviluppo sociale e storico. Cogliendo tale legame riesce a mostrare a livello poetico una natura in comunicazione con le forze sociali che la abitano e la trasformano e viceversa. 

PRIMAVERA OCCIDENTALE

È un’ora incerta e lunga, tempo

di acquate e fumi, il sole indica gli orti

d’Irlanda, aprile senza gloria, o il platino

dei cantieri a Stoccolma o il rivo blu

della rue de Bourgogne.

Mai così è stata in noi definitiva

la certezza che scelta non c’è più

se non tra minimi eventi, variabile lume

su tetti e insegne colorate. Il senso esiste

e lo conosceranno. Così speriamo. Vedi, anzi:

questa certezza è l’ombra del paesaggio.

1958

Nicolas Poussin, Paesaggio con un uomo ucciso da un serpente, 1648.

La concezione della natura che qui Fortini esprime richiama direttamente le posizioni teoriche di Adorno. Sembra essere proprio Adorno, con il testo L’idea della storia naturale, il filosofo più vicino alla postura teorica dell’intellettuale fiorentino. Adorno, fin dal testo sulla storia naturale, cerca di strutturare dialetticamente il rapporto tra natura e storia, per evitare di cadere nel soggettivismo idealistico o nel biologismo, come quello di cui Fortini accusa Calvino. Per Adorno, si tratta di «riconoscere l’unità concreta di natura e storia», ovvero: 

bisogna riuscire a comprendere l’essere storico stesso come un essere naturale, ossia a comprenderlo nelle sue determinazioni naturali, proprio laddove esso è maggiormente storico; oppure riuscire a comprendere la natura come un essere storico proprio laddove essa si mostra come natura apparente. (Adorno 1932). 

Storia

La storia è il polo teorico che lega natura e linguaggio, già nel giovane Marx. Tutto si dà nella storia, come ricorda Fortini a Panzieri in una lettera: «credevamo di essere nella rivoluzione; e invece siamo tutti nella storia» (Fortini 1977). Il Marx della Questione ebraica ha già presente questa concezione: 

Noi non trasformiamo le questioni terrene in questioni teologiche. Trasformiamo le questioni teologiche in questioni terrene. Dopo che per lungo tempo la storia è stata risolta in superstizione, noi risolviamo la superstizione in storia. La questione del rapporto tra l’emancipazione politica e la religione, diviene per noi la questione del rapporto tra l’emancipazione politica e l’emancipazione umana. Noi critichiamo la debolezza religiosa dello Stato politico, in quanto critichiamo lo Stato politico, facendo astrazione dalle debolezze religiose nella sua costruzione terrena. (Marx 1843). 

Il passo riportato, tradotto proprio da Panzieri, getta le basi del futuro materialismo dialettico marxiano. Fortini focalizza, nel passo sopra citato, l’importanza della comprensione degli eventi storici per attuare la critica ai rapporti di produzione esistenti. Non c’è rivoluzione senza critica dei rapporti di produzione, senza critica dei rapporti che si danno nella storia. Un materialismo senza base storica è assimilabile a quello di matrice feuerbachiana, criticato da Marx già nell’Ideologia tedesca

La concezione che Fortini ha della storia, come accadeva in Benjamin e Adorno, è ostile a una visione della storia come ripetizione del sempre uguale e del tempo che, nella ripetizione, fa di se stesso un oggetto. Questa concezione della storia e della rivoluzione, che non accetta la visione lineare della storia espressa dal continuum storico, si esprime a livello poetico nella poesia La gronda (Fortini 1963): 

LA GRONDA

Scopro dalla finestra lo spigolo d’una gronda, 

in una casa invecchiata, ch’è di legno corroso 

e piegato da strati di tegoli. Rondini vi sostano 

qualche volta. Qua e là, sul tetto, sui giunti 

e lungo i tubi, gore di catrame, calcine
di misere riparazioni. Ma vento e neve,
se stancano il piombo delle docce, la trave marcita 

non la spezzano ancora. 

Penso con qualche gioia
che un giorno, e non importa
se non ci sarò io, basterà che una rondine
si posi un attimo lì perché tutto nel vuoto precipiti 

irreparabilmente, quella volando via

Il modo in cui Fortini concepisce la storia si interseca profondamente con la nozione di progresso. La discussione sul progresso riprende le posizioni di Benjamin contenute nelle tesi Sul concetto di storia (Benjamin 1950) e quelle espresse da Adorno nel saggio Progresso (Adorno 1969). Per Fortini il progresso non consiste in quell’elemento che guida necessariamente l’umanità verso il meglio. Infatti, se esso coincidesse con il solo progresso della sfera delle tecniche, non farebbe che perpetrare lo strutturarsi di determinati rapporti di produzione. Scrive Fortini: 

Per questo è urgente sbarazzarsi di tutta quella secolare parte di basso storicismo, fra esortatorio e produttivistico, di famosa ascendenza capitalistica, che è quasi da sempre il fondiglio delle sinistre europee e tuttora si rimescola nel linguaggio ufficiale sovietico. E farlo in nome della assoluta sincronicità tendenziale del mondo presente e passato e delle nostre esistenze in esso, sincronicità che deve essere conquistata e che comincia ad esistere intanto come rivendicazione della contemporaneità di tutti i viventi. Bisogna uscire dalla demenza morale indotta dalla fase attuale del capitalismo […] e sapere che l’operaio cinese, il negro minatore del Sudafrica e l’insorto contadino venezuelano non sono il nostro passato. Sono il nostro presente. (Fortini 1963). 

Altra categoria contrastata duramente da Fortini, in poesia e in prosa, è quella della reificazione. La reificazione, intesa qui seguendo più Lukács che Marx, consiste nella totale materializzazione dei rapporti sociali: la forma merce arriva, nella società capitalista, a pervadere l’intera totalità sociale e dunque anche cultura e letteratura. La concezione della poesia e della letteratura, che Fortini possiede, si innesca in rottura con tale categoria propria dei rapporti di produzione capitalistici. Scrive Fortini in Una volta per sempre:

RINGRAZIAMENTI DI SANTO STEFANO

Principi potenti cuoi

principi unghie di marmo

signori di tutti noi

voi di invisibili armi

voi che ci avete creati

ciechi e quieti come le merci

sigillate nei mercati

come i visceri lerci

dei macelli, che vanno

nei vostri splendidi autoclavi

sazi nei doponatali

vi ringraziano gli schiavi. 

Soffermandosi sulle «invisibili armi» ecco che esse diventano perfettamente visibili e nitide: sono i rapporti di produzione e i rapporti sociali che costituiscono una determinata società. Proprio come scriveva il Marx del Capitale i rapporti sociali si presentano come rapporti materiali:

I lavori privati effettuano di fatto la loro qualità di articolazioni del lavoro complessivo sociale mediante le relazioni nelle quali lo scambio pone i prodotti del lavoro e, attraverso i prodotti stessi, i produttori. Quindi a questi ultimi le relazioni sociali dei loro lavori privati appaiono come quel che sono, cioè, non come rapporti immediatamente sociali fra persone nei loro stessi lavori, ma anzi, come rapporti materiali fra persone e rapporti sociali fra le cose. (Marx, 1867)

Questo celebre passo, centrale nella teoria del feticismo di Marx (per una definizione di feticismo si veda la prefazione del libro «La merce entra in scena») evidenzia che le relazioni sociali «appaiono come quel che sono»: ovvero sono rapporti materiali fra persone e rapporti sociali fra cose, perché in una determinata società basata su una specifica organizzazione del lavoro queste relazioni si attuano in riferimento alla forma di merce. I rapporti fra cose sono sociali perché ci troviamo in un modo di produzione nel quale «a una determinata forma sociale di organizzazione del lavoro corrisponde una particolare forma sociale del prodotto». I rapporti fra persone sono materiali perché si basano sullo scambio di merci e su un lavoro che diventa valore solo quando si oggettiva, si «coagula» in una merce. 

Se si ammette che le categorie logiche utilizzate dal Marx del Capitale (Cfr. Fineschi 2019) possano ancora parlare al nostro presente, Fortini potrebbe farci interrogare ancora sul ruolo di una poesia e di una letteratura che non sia apologia del presente e sua riproduzione ideologica, ma critica dei rapporti reali di produzione e della loro illusione feticistica. 

TRADUCENDO BRECHT

Un grande temporale

per tutto il pomeriggio si è attorcigliato

sui tetti prima di rompere in lampi, acqua.

Fissavo versi di cemento e di vetro

dov’erano grida e piaghe murate e membra

anche di me, cui sopravvivo. Con cautela, guardando

ora i tegoli battagliati ora la pagina secca,

ascoltavo morire

la parola d’un poeta o mutarsi

in altra, non per noi più, voce. Gli oppressi

sono oppressi e tranquilli, gli oppressori tranquilli

parlano nei telefoni, l’odio è cortese, io stesso

credo di non sapere più di chi è la colpa.

Scrivi mi dico, odia

chi con dolcezza guida al niente

gli uomini e le donne che con te si accompagnano

e credono di non sapere. Fra quelli dei nemici

scrivi anche il tuo nome. Il temporale

è sparito con enfasi. La natura

per imitare le battaglie è troppo debole. La poesia

non muta nulla. Nulla è sicuro, ma scrivi.

Bibliografia

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